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1) Il posto migliore dove non partorire.


Si dice che alcuni uomini rimangano traumatizzati per sempre dalla visione del parto e non riescano più a fare sesso con le proprie compagne perchè la loro vagina sarà da quel momento immagine di geyser di sangue e creature urlanti, e non più dolce rifugio dell’amore.

Nel mio caso succederà il contrario. Chissà se la mia compagna riuscirà più a ritenermi sexy dopo avermi visto come una scimmia penzolante con calzamaglia nera.

Questo è successo 24 ore prima della vera fase prodromica, quando è arrivata la prima contrazione che ha fatto piegare dal dolore la Made e ha attaccato a me il freddo psicologico e l’ansia nervosa. E’ per questo che ho fatto le trazioni aggrappandomi al soppalco di casa: per scaldarmi e bruciare adrenalina.

Perchè con quella prima fitta di dolore la tua mente è già partita e ti immagini in macchina mentre lei ti offende e il figlio è impiccato dal cordone ombelicale e ha altre tragedie che tecnicamente non sai descrivere ma percepisci benissimo.

Non hai capito che ancora ha da passa’ a nuttata. E’ come ai concorsi o agli esami universitari: quando ti alzi la mattina ti cachi in mano e non vorresti uscire di casa – dopo tre ore che aspetti in corridoio ti sei rotto e non vedi l’ora di entrare.

Insomma la prima contrazione fu terribile per la mia debole psiche. Ho fatto le trazioni e subito dopo una tisana con zenzero e cannella (altro segno di declino della mia mascolinità, ma ormai da padre di famiglia ve la posso consigliare: c’è troppa adrenalina e pochissima lucidità in quei momenti. Ed è più lunga di quanto si può pensare. Quindi ragionare come maratoneti, non come centometristi).

Dopo la prima contrazione si andò nel posto per noi più sicuro e cioè all’american-risto-pub “Stars and Stripes” di Pappiana. Quello era il posto più sicuro nella provincia di Pisa perchè lì dentro, a festeggiare un compleanno, c’era Santa Maddalena da Cascina, la migliore amica di Ottavia che è anche anestesista e lavora in rianimazione al Pronto Soccorso. Roba che un parto per lei è sorseggiare bibita gassata.

Infatti appena arrivati allo Stars and Stripes le contrazioni si fermarono. La mamma si tranquillizzò parlando con Maddalena, il bimbo decise che non valeva la pena venire in un mondo dove si mangiano panini con ketchup e cetrioli e arredato con terribile gusto kitch (già è un problema in America il gusto kitch americano, figuriamoci a Pappiana).

Quindi tornammo a casa e si dormì della grossa stanchi dalle emozioni e dalle trazioni al soppalco.

Il giorno dopo però, circa alla stessa ora della sera, arrivarono altre fitte. (Le contrazioni arrivano col buio perchè aumenta l’ossitocina che è l’ormone dell’amore che ci fa accoppiare ma anche venire al mondo – che divertente senso della metafora, la natura, no?). E questa volta non furono solo tre ma quattro e poi cinque e poi sei. Il freddo psico tornò, le trazioni pure, la tisana zenzero e cannella anche, e perfino la cacca della paura e per due volte.

Era ufficialmente panico.

Chiamammo Maddalena che ci chiese quanto duravano e se erano regolari. Quindi ogni fitta prendevo il tempo dei secondi della durata e il minutaggio fra contrazione e contrazione.

All’inizio non erano regolari e si capiva. Perchè passavano 5 minuti e poi 8 e poi 3 e poi 12. E a ogni contrazione tu vedi la tua compagna che soffre come un cane per un 30 secondi e non ci puoi fare nulla. Neanche parlarle o toccarla, che le dà noia. L’unico aiuto era quando non c’era la contrazione perchè parlavo a lei ma anche al Nanaz attraverso la pancia, spiegandogli cosa stava succedendo, e che non doveva aver paura, che tutti ci siamo passati tutti da quel piccolo buco nero a riveder le stelle.

Mangiammo un riso in bianco perchè appunto devi ragionare come un malato e come un maratoneta. O forse come un maratoneta malato. E quindi leggeri ma con riserva di energia carboidratica.

La nottata consiste in questa lunghissima fase di dolori e riposo e di dubbi sul quando andare all’ospedale. Perchè andarci troppo presto non è buono per la riuscita psicologica del parto (e la psicologia è un buon 50% della questione), ma andarci troppo tardi è molto peggio.

Comunque dopo un po’ la Made è stanca (e vorrei vedere) e si stende sul divano (siamo appoggiati a Pisa in un appartamentino di 38mq dei suoi genitori e il letto è sul soppalco) e allora per starle vicino mi stendo a terra accanto a lei (provvederò un paio d’ore dopo a mettere un piumino sul pavimento), tenendole la mano e continuando a prendere il minutaggio fra contrazione e contrazione e a stare male per lei e a pensare all’altro nostro grosso problema e cioè il nome del bimbo.

Mi maledicevo per essere arrivato all’ultimo minuto con questo dubbio se il bimbo dovesse chiamarsi Elio o Jacopo perchè a noi sempre era piaciuto di più Elio ma anche Jacopo aveva un suo fascino perchè sarebbe venuto un bimbo chiamato JJ però Elio era per noi più solare ma poi gli amici di Roma dicevano: guarda che sarà una vita disgraziata perchè tutti lo prenderanno per il culo e al posto di Elio Johnson lo chiameranno Olio Johnson! Ma gli amici pisani dicevano: sbattetevene di questa minchiata! E Ottavia allora diceva aspettiamo di vederlo in faccia e capiremo – ma io la vedevo piegata in due adesso e la nottata sarebbe passata senza dormire e fra sofferenze, e dove avremmo trovato la lucidità per questa scelta così importante dopo il parto? Perchè il nome è come la scelta del titolo di un film o libro ma un milione di volte più importante, e per tutta la vita la povera creatura se lo tiene e non può tornare indietro e tu sai che il tuo bimbo sarà una persona diversa se lo chiamerai Elio o Jacopo e allora come cazzo facciamo a prenderci la responsabilità di cambiare il suo destino? Tutta la sua vita?

E con questi pensieri siamo rimasti tutta la notte così, stesi uno accanto all’altro dormendo per massimo 8 minuti fra una contrazione e l’altra e però almeno a casa nostra, perchè nonostante Maddalena avesse detto ad Ottavia che era meglio andare all’ospedale a fare un tracciato prima di mezzanotte Ottavia diceva: ancora è presto. Aspettiamo. E Ottavia ha una consapevolezza del proprio corpo che levati. Sa sempre tutto, cosa mangiare e cosa no, se un sapone è giusto per la sua pelle o meno, perfino a cosa era allergica prima delle analisi e così siamo stati a casa fino alle 6 del mattino sperando che c’avesse azzeccato anche questa volta.

Mentre io segnavo tutte le ore e minuti di ogni sua contrazione dalle 20:06 fino alle 5:40 e l’ho fatto per controllare se si ravvicinavano e c’era da fischiare in ospedale ma anche per farle capire che le ero vicino e facevo l’unica cosa utile che l’inutile padre può fare accanto alla sua compagna che sta per dare al mondo un figlio.

Alle 6 mi sembrava che le contrazioni si avvicinassero o comunque mi cacavo in mano e quindi l’ho convinta che era arrivato il tempo, abbiamo preso la valigina del Nanaz con il suo teddy bear e il trolley della Made con il miele per sostenerla nel travaglio e siamo usciti nella notte fredda del 2 dicembre e ci siamo avviati verso l’ospedale Santa Chiara attraversando la città buia e deserta.

(Fine prima puntata)

Avverto delle nuove puntate su Facebook e su Twitter o mandate un commento che vedo la vostra mail e me la segno.

Per leggere la seconda puntata cliccate qui: 2. E DIO DISSE “PARTORIRAI CON DOLORE

Posted on
Monday, December 9th, 2013
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