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8) Nonne che fissano i bebè.


Verso i trent’anni fra i miei amici di Pisa s’iniziò a diffondere un morbo chiamato figliolanza.

Poi il morbo si spostò, anche se con ritardo, fra i miei amici di Roma,

Questo morbo portava gli esseri contagiati ad avere loro rituali ed usanze, a muoversi in gruppo, più lenti ma inesorabili.

Erano tantissimi, erano come gli zombies. Gli zombies 2.0.

Noi pochi rimasti immuni, ci asserragliavamo in angusti locali, sacrificati a fare gli aperitivi con patatine e noccioline troppo salate.

Ci ritrovavamo la notte tardissima, ballavamo scompostamente e bevevamo grandi mojiti per dimenticare, ma sotto sotto sapevamo che la mattina dopo quelli si sarebbero alzati presto, prestissimo (forse che non dormivano nemmeno?). E, soprattutto, si stavano riproducendo.

Si scambiavano informazioni segrete fra loro, parlavano in codice di cose che non capivamo, facevano feste a cui noi non eravamo a invitati.

Quindi ho capito che l’unica soluzione era passare dall’altra parte. Quando gli zombie sono troppi per resistere, la migliore cosa da fare è diventare anche tu zombie.

E quando diventi uno zombie 2.0 fai parte di una comunità, ci si riconosce nell’incedere zoppicante, si vedono i bagagli madmaxiani, carrozzine a tre ruote, strani oggetti e borse.

E quando arriva un nuovo cucciolo zombie nel clan, il resto della tribù paga tributo.

Si fanno stretti intorno a te, ti fanno sentire il calore della comunità, l’arrivo nella setta, facendoti regali e venendoti a trovare per darti consigli e creare connections.

E siccome il nostro piccolo zombie aveva il problema delle piastrine, era stato in ospedale per dieci giorni, si era creata un’aspettativa, un’ansia, un’attesa che aveva prodotto un vero e proprio assedio attorno a noi.

Tutti volevano venire a vedere il nuovo malandato cucciolo. Tutti sembravano credere alla profezia di Thom Yorke. E quindi tutti volevano venire a trovarci per darci i regali ma più di tutti i nonni che fosse stato per loro si sarebbero piazzati in pianta stabile nella nostra casa di 35mq ventiquattro ore su ventiquattro.

I nonni erano vittima dell’incantesimo. Erano vittima di una malattia peggiore della zombite.

Io avevo capito di questo cambio epocale delle loro vite e coscienze, quando mia madre, mentre il piccolo nanaz usciva dalla sala parto e passava davanti a loro dentro la scatola di plastica si era girata e mi aveva detto:

“Bellissimo.”

E fino a lì, niente di strano.

Ma poi aveva aggiunto:

“E’ più bello di te.”

Più bello di me!?

Mia madre che vede un bambino più bello di me!? Lei per cui il giorno della mia nascita è stato il più bello della sua vita, lei per cui io sono il pupo d’oro, il meraviglioso, la ragione della sua esistenza…

IO ero stato regredito al secondo posto della classifica mondiale del “bimbo più bello”!?

Ero sotto schock ma anche speranzoso: avevo pensato che finalmente avrebbe focalizzato le sue attenzioni e ansie sul piccolo JJ e io sarei stato per la prima volta libero da mia madre.

Ma mi sbagliavo. Perchè io adesso passavo da essere il pupo da proteggere a quello che doveva proteggere il nuovo pupo. E quindi fare le cose al meglio per il nuovo pupo più bello del mondo.

E quindi dovevamo seguire le sue istruzioni, perchè lei ovviamente sapeva come fare, cosa fare, cosa era meglio e peggio per il pupo d’oro.

E qui quindi entrammo dentro il tunnel dello stereotipo della eterna lotta senza tempo fra suocera e nuora.

Non sto ora qui ad elencare tutte le features di questa eterna diatriba ma se le avete presenti pensatele tutte e non vi sbaglierete.

E per quanto riguarda me ogni giorni mi chiamava per dirmi quanto dovesse essere caldo, quando cambiarlo, come e se fargli il bagnetto.

E mia madre sa sempre come fare le cose meglio di te. E in ogni caso come le fai te sono sbagliate. Anche se tu hai quasi quarant’anni può riuscire a fermarti sulla soglia di casa e chiederti:

“Dove vai!?”
“Mamma vado da Mario…”
“Ma perchè? Resta a casa!”
“Devo finire un lavoro.”
“E come ci va?”
“In bici.”
“In bici!? ma sei matto? in bici è pericolosissimo.”
(Allora mento)
“No, infatti vado in macchina…”
“Macchè macchina che tuo padre non la fa mai rivedere è un catorcio…”
“E allora vado in bus.”
“No, guarda, vai in taxi dammi retta.”

Oppure su cose più specifiche tipo:

“Ma poi quel lavoro per la pubblicità?”
“No, mamma non ho accettato alla fine…”
“Come no!? ma sei pazzo!? Era buon quel lavoro!”
“No mamma non era buono, non ti sto a spiegare che sono questioni tecn–”
“Non mi stai a spiegare perchè questa è una cazzata! Cosa vuoi spiegare!?”

Io ho sempre fatto una battuta su mia madre che era:

Mia madre sarebbe capace di venire sul set e dirmi come fare le inquadrature.

Poi per questo ultimo film siamo andati a girare una scena in casa dei miei. Mia madre è venuta a chiedermi in quale stanza dovessimo girare e quando gliel’ho detto lei si è diretta sicura verso un angolo della stanza e mi ha fatto:

“Se girate in questa stanza allora la macchina da presa la devi mettere qui.”

Eccallallà. Mi son detto.

E mentre giravamo questa scena di notte mia madre è andata a vedere al monitor e ha detto al direttore della fotografia:

“C’è troppa luce, eh.”

E allora l’ho dovuta fare allontanare dal set con una scusa, che se no andava a finire che ce la ritrovavamo in Color Correction ad iniziare una rissa con il direttore della fotografia…

Pensate ora voi cosa poteva diventare rispetto al suo nipote. Ottavia stava per sclerare, io pure ma dovevo tenere botta per fare da tramite fra mia madre e il mondo e veicolarne la follia.

Poi ho scoperto però un metodo per fregarla. L’ho scoperto da PreNatal. Mi doveva raggiungere lì perchè dovevo restituire il tiralatte in affitto e comprare quello portatile e quando è arrivata ha iniziato a dirmi cosa e perchè non andava bene e cosa altro avrei dovuto comprare e perchè avevo sbagliato tutto dalla A alla Z passando per la N e io stavo veramente per incazzarmi e allora mi è venuta un’intuizione geniale e cioè ho preso al volo l’iPhone prima di incazzarmi, ho messo una foto di Jacopino che avevo fatto la mattina e gliel’ho messa davanti al viso mentre ancora parlava….

….e magia…. si è zittita imediatamente.

Ha fatto un rumore belluino della nonna sotto shock tipo:

“uuuooooh!”

E poi ha continuato:

“Ma come è bello! Ma è stupendo questo bimbo…!”

E io ho saputo di aver trovato l’incantesimo per zittire il drago, lo specchio per la Medusa, la kriptonite per Superman… insomma la soluzione ai miei problemi con mia madre. Quando parte fuori di cervello, basta metterle davanti una foto di Jacopo e quella avrebbe balbettato, inceppato, si sarebbe fermata ipnotizzata.

Come succedeva dal vivo, dove avevo capito che sarebbe bastato mettere davanti alle nonne la carrozzina del piccolo Jacopo e loro sarebbero state là delle ore a fissarlo, senza che lui facesse nulla, che solo muovesse l’arcata sopraccigliare ogni mezz’ora o fatto il suo rumorino IH! e così infatti succedeva.

E allora ho pensato che avevo scoperto come fregare il destino cinico e baro che per uno scambio di consonante aveva fatto che questo tizio chiamato Jon Ronson fosse un romanziere milionario degli Stati Uniti, da cui avevano tratto un film blockbuster chiamato “L’uomo che fissa le capre”, e io invece no.

Io povero e sconosciuto.

E adesso invece avevo l’idea giusta. Avrei scritto un romanzo dolente e ironico che si sarebbe chiamato “Nonne che fissano i bebè”.

 

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Avverto delle nuove puntate su Facebook e su Twitter o mandate un commento che vedo la vostra mail e me la segno.

Per leggere dalla prima puntata cliccate da qui: 1 IL POSTO MIGLIORE DOVE NON PARTORIRE

Posted on
Monday, February 3rd, 2014
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