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6) La gloriosa uscita da subintensiva.



Io ho imparato a cambiarti il pannolino sul fasciatoio di subintensiva che dava sulla grande finestra che si affacciava sugli alberi dell’ospedale.

E dopo averti cambiato il pannolino e dopo la puppata, ti prendevo in collo e ti portavo davanti a quel vetro e ti mostravo il mondo fuori e ti dicevo: guarda gli alberi e le macchine e gli edifici…

E a volte di fronte a noi, verso il tramonto, gli storni iniziavano la loro danza e si muovevano in cielo con quelle figure bellissime che ti ipnotizzano e io te li indicavo (anche se non credo che tu li vedessi) ma comunque te lo raccontavo uguale (anche se non credo che tu mi capissi) e ti dicevo che un giorno saremmo usciti da subintensiva e dall’ospedale e allora saremmo andati nel mondo vero e sarebbe stato un grande momento.

In questi giorni abbiamo avuto la fortuna di essere lì quando diversi bambini venivano dimessi e uscivano per la prima volta dall’ospedale. Bambini che erano là da molto tempo, come il bimbo dei sondini che stava proprio accanto a noi.

E i genitori che erano lì da agosto (e per quattro mesi avevano atteso questo momento) erano comunque tristi, si capiva dai loro occhi e dalla voce mentre parlavano alle infermiere che avevano già nostalgia di quel posto che in ogni caso era stata la prima casa del loro bimbo.

E allora io e la Made abbiamo capito che la nostalgia sarebbe venuta anche a noi. Perchè mischiato a quel sentimento di fuga, a quella voglia di andare a casa c’era anche la sensazione di essere in un posto magico.

E per la prima volta nella mia vita ho pensato che avrei potuto, fra tutti i lavori del mondo, anche fare il medico. A neonatologia però. In altri reparti non so, ma lì a subintensiva, sì.

E’ un posto silenzioso, dove hai in cura i pazienti più preziosi di tutti, quelli che non sono nulla e quindi racchiudono tutte le potenzialità. Hai fra le tue mani pazienti che non si ricorderanno di questo momento della vita ma che forse la vita la vivranno perchè gliel’hai salvata tu.

E poi sono pazienti che non parlano. Che non guasta, credo.

Certo, ci sono i genitori che rompono le palle e pure tanto (tipo noi) però non sono loro i veri pazienti.

E comunque a nostro discapito c’è da dire che un paio di volte, mentre curavano il Naniero e gli infilavano l’ago nella vena per il prelievo delle piastrine – ed è un’operazione difficilissima perchè quello urla e scalcia come un vitello sgozzato ed ha delle microvene che vagliele a trovare…

…noi eravamo lì in preda al panico e però dicevamo: Nanaz non sembra ma questa gente sta facendo il tuo bene! Aiutali! Stai calmo! Eccetera.

E una volta, i dottori ci hanno detto: ad avercene di genitori così sereni. E’ un piacere lavorare così.

E abbiamo riso: sereni noi!? Chissà che combinano gli altri.

Ormai mi sentivo talmente tanto del reparto che quando entravo nella mia stanza, dopo aver salutato il piccolo JJ andavo a controllare i gemellini nelle incubatrici. L’umidità che deve stare al 70%, il battito del cuore, e se i sensori stanno a posto.

E una volta (mio orgoglio personale) sono riuscito a chiamare un’infermiera o forse specializzanda e dirle che secondo me un sensore si era staccato dal piedino e in effetti era così e io scherzando le ho detto:

“Guarda che se non mi fermate inizio pure a dirvi come fare le cose!”

E lei mi ha detto che erano solo cinque giorni che era lì, quindi sì, se sapevo cosa fare era meglio se glielo dicevo. E allora le ho fatto vedere il sensore al piedino. E mi sono sentito bene e pronto per riscrivermi all’università e ripartire da capo.

La sera, verso l’una di notte, quando anche l’ultimo turno di visite finiva e io e la Made uscivamo e l’accompagnavo su all’ultimo piano dell’ospedale, ci abbracciavamo e ci dicevamo: in fondo questo è il posto più sicuro del mondo dove potrebbe stare il Nanaz, quindi inutile stare in pensiero o fare i lamentosi.

E prendevo la bici e dovevo fare tutto il giro largo che il cancello da ginecologia a quell’ora è chiuso e poi tutto il vialone e i lungarni e mi mettevo le cuffie e facevo partire questo podcast storico che avevo trovato in rete.

Un podcast che mi raccontava della decadenza dell’impero romano e delle guerre coi barbari e di Gengis Khan e non sapete quanta violenza e quanti morti abbiamo fatto nella storia del mondo, e non morti belli ma impalati e crocifissi (quando hanno represso la rivolta di Spartaco per dirne una, hanno crocifisso settemila schiavi sulla via Appia, e non ci si pensa ma la crocifissione era una delle più truci e dolorose morti possibili, e la coltellata nel costato a Gesù era stato un gesto non di crudeltà o di spregio come avevo sempre pensato, ma un gesto di misericordia da parte di un soldato romano, che gli aveva risparmiato giorni di agonia).

Ecco, mentre ascoltavo queste terribilità di guerre e razzie continue, riflettevo su una cosa: tu Nanaz, e tutti i bimbi nati nel mondo adesso, sappiate che siete una percentuale bassissima, risibile nella storia del mondo di bimbi nati per scelta e per amore. E anche se non fosse amore ma stima, è lo stesso. E anche fosse uno schizzetto di una notte di passione sappiate che comunque è mille volte meglio della stragrande maggioranza dei bambini della storia che sono nati per stupri. Stupri durante le guerre, i saccheggi, o comunque per imposizione, di matrimonio, che spesso erano stupri mascherati comunque.

E quindi, pensavo anche, rincuorato: la percentuale di amore sta salendo.

Pensa un mondo di figli di di stupri come doveva essere?

Non credo che in quel mondo la madre nella stanza grande sarebbe venuta tutti i giorni a provare a far puppare suo figlio anche se non ci riusciva mai, e una volta è arrivata da noi raggiante a dirci che il suo bambino prematuro aveva puppato 5 grammi!

E non credo nemmeno che ci sarebbero stati genitori come noi che si sarebbero sentiti in colpa perchè il nostro ne puppava 90. E neanche che la madre dei gemelli una volta ogni due giorni si mettesse a fare la marsupioterapia che vuol dire che prendeva i bimbi, si sedeva su una sedia reclinata e li appoggiava al petto nudo per quaranta minuti. E i bimbi quando si appoggiano al petto nudo della madre sentono il battito del cuore e si tranquillizzano e dopo un po’ il loro battito inizia a sincronizzarsi a quello materno e allora entrano in sintonia e dice che faccia molto bene.

E anche noi infatti ci mettevamo il bimbo a patatina, come lo chiamavamo tecnicamente noi, per fargli sentire il nostro cuore, e come ci stava di lusso il piccolo Jacopo.

E infatti forse anche a forza di fare marsupioterapia all’analisi successiva le piastrine gli sono schizzate a 112mila. Da 7mila a 112mila, e a quel punto noi sapevamo che eravamo vicini alla libertà.

Ma i nonni non ne volevano sapere di aspettare la libertà e ci chiedevano sempre di farli entrare per vederlo e cullarlo e lo amavano già troppo di più di quanto si meritasse e noi ci preoccupavamo che ora con questa storia della subintensiva avrebbero iniziato (noi e loro) a viziarlo. Di sicuro iniziavano a svagellare di testa ogni giorno di più.

Tipo che mia madre ad un certo punto lo prende in braccio e mi dice:
“Ma quanto pesava all’inizio?”
e io:
“Mah, un tre chili e due”
e lei:
“e poi ha perso peso?”
e io:
“Sì è fisiologico, ora inizia a riprenderlo…”
e lei:
“No, perchè lo sento più pesante di prima…”
e io:
“Mamma ma se è la prima volta che la prendi in braccio!”
e lei:
“Ah già!”

E anche il babbo di Ottavia non capiva più nulla e faceva tipo venti foto al secondo al nanaz. E anche la mamma di Ottavia, quando glielo facevamo vedere, che lo affacciavamo al vetro sul corridoio, non era più in sè, come potete notare da questa foto:

E finalmente è arrivato il giorno in cui ci hanno detto che Nanaz sarebbe uscito (l’avremmo portato a casa e riportato lì fra sette giorni per fargli di nuovo le analisi) e allora sono andato a prendere la carrozzina, e il sacco a pelo, e mentre ero a casa mi è scappato un rutto e ho pensato: se c’era il nanaz non potevo farlo il rutto che si rischiava che prende delle brutte abitudini. E allora ho pensato che questo era l’ultimo rutto libero della mia vita.

Ma non me ne sono rammaricato più di tanto. Diventerò un gentleman finalmente, ho pensato, grazie al Nanaz.

E quando sono arrivato all’ospedale ci abbiamo avuto la malinconia di subintensiva, e abbiamo pensato anche che iniziava la vera avventura, che ci saremo dovuti alzare nella notte, e non ci sarebbero mai più state le infermiere ad aiutarci e spiegarci cosa fare.

E quanto ci avevano aiutato ed erano stati tutti gentili con noi.

E allora prima di andare via ho avuto questa stranissima sensazione di essere felice di aver pagato le tasse.

Lo so, sarebbe più facile continuare in questa sì importante ma anche ormai scontata corsa a dire come le cose fanno schifo in Italia. Ma come avrete capito mi sta venendo un cuore tenero che proprio non mi riconosco. In più mi sono anche rotto di tutto sto compiacimento a puntare il dito. Perchè anche io a sforzarmi avrei potuto dirvi che ho visto delle crepe nel muro dell’ospedale, che Ottavia doveva stare con altre due in stanza, che il cibo faceva schifo. E’ semplice. Ma poi quando vieni a sapere che in Olanda (che è uno dei paesi più civili in europa) se non paghi devi partorire a casa, che se il parto va bene, il giorno stesso ti rimandano a casa, ecco inizi a relativizzare.

Se pagare le tasse vuol dire che bimbi come il Nanaz, come quello delle sette coltellate senza una madre e un padre, e la bimba della coppia di senegalesi, possono essere curati in un reparto così, ben venga pagare le tasse.

A questo dovrebbero servire, ad aiutare tutta la sanità pubblica, che certo avrà delle falle così, che avrà dei limiti enormi, ma che di sicuro è meglio del 90% dei paesi del mondo, e sta comunque lottando per non venire risucchiata dalla sanità privata.

Nell’ingresso di subintensiva i ragazzi avevano fatto un albero di natale e io avevo poggiato il Nanaz per un attimo a terra e allora ho detto questo è il mio regalo di natale. E io odio il natale. Ma mi stavo proprio rammollendo.

Finalmente l’ho preso, ho sceso le scale e ho portato lui dentro la carrozzina fuori dall’ospedale, e fuori dall’ospedale succede il miracolo di uscire all’aria aperta e dico a Jacopetti: guarda siamo usciti… questo è il cielo…. le nuvole… guarda gli alberi!

E per culo usciamo nel momento in cui gli storni stavano facendo le loro evoluzioni di massa e adesso ce li avevamo proprio sopra la testa e allora mi fermo, entusiasta, e dico al Nanaz che ci son gli uccelli, gli stessi uccelli che vedevamo dalla finestra – guarda che bello!

E mentre dico così sento un rumore strano e un altro e poi un altro e… sento Ottavia che urla:

“merda!”

E capisco che gli storni ci stanno cacando addosso, che è iniziata una cacata collettiva di centinaia di storni addosso a noi e ora ci mancava solo che mi prendevano il figliolo con una cacata appena uscito da subintensiva!

E allora mi piego per coprirlo e corro verso la macchina in una fuga disperata, e credo che questa, Nanaz, sia stata la prima grande lezione che hai avuto dalla vita:

e cioè che le cose belle che vedi affacciato da una finestra, protetto da un vetro, quando poi le vivi nel mondo vero spesso sono una vera e propria tempesta di merda e tu devi essere pronto a correre veloce.

 

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Lunedì o Martedì mi rifarò vivo (giuro) un po’ più cinico, e vi racconterò dei turni di dormita guantanameschi, delle sette tecniche di come fregare tuo figliolo, e di quando ho capito a cosa serve la sindrome premestruale.

 

Avverto delle nuove puntate su Facebook e su Twitter o mandate un commento che vedo la vostra mail e me la segno.

Per leggere dalla prima puntate cliccate da qui: 1 IL POSTO MIGLIORE DOVE NON PARTORIRE

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Tuesday, January 7th, 2014
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