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5) La solitudine della carrozzina.



Quando eravamo dentro terapia sub intensiva passavamo delle ore con il Nanaz come se fossimo a casa con lui: gli cambiavamo il pannolino, lo cullavamo, lo allattavamo.

E poi però io tornavo davvero a casa (e da solo, perchè Ottavia rimaneva in ospedale) e mi trovavo di fronte alla carrozzina pronta come l’avevo preparata il giorno che si pensava di venire via.

E mi prendeva uno strizzone al cuore perchè vedere la carrozzina lì mi ricordava che il nanaz sarebbe dovuto essere a casa e invece era ancora in ospedale con una flebo attaccata al piedino che gli passava le immunoglobine e il cortisone.

E allora ho pensato che se mai Ottavia fosse tornata a casa e avesse visto la carrozzina così le sarebbe preso il triplo strizzone al cuore e non potevo rischiare e allora ho preso la carrozzina e l’ho nascosta sopra sul soppalco.

Ma poi Ottavia un giorno che la stavo convincendo a venire via dall’ospedale, perchè così si stava sacrificando troppo e doveva invece un minimo distrarsi e staccare e dormire più di cinque ore a notte (là all’ospedale alle 6:15 ti svegliano e noi uscivamo da subintensiva anche all’una di notte) prende il mio cellulare e scorre le foto e trova questa foto della carrozzina e le prende il doppio strizzone (non triplo perchè comunque era foto) e mi dice che non era ancora pronta a lasciare l’ospedale dove il piccolo Jacopone da Todis era recluso.

E quindi ho pensato che ero un cretino perchè la foto l’ho fatta per il blog e potevo tranquillamente ricreare la situazione dopo, quando Nanaz sarebbe tornato a casa. Perchè sarebbe tornato a casa a costo di dargliele io le piastrine una ad una.

E intanto per essere con lui e Ottavia il più possibile facevo quattro chilometri in bici ad andare all’ospedale e quattro a tornare a casa per tre volte il giorno. E dopo poco ho capito che a fare così avrei perso troppo tempo e allora ho iniziato a portarmi il computer lì all’ospedale e a lavorare nella sala d’attesa e a ricaricarlo nell’unico posto dove ho trovato una presa che era dentro la cappella dietro l’altarino dove la gente accendeva le candele. Mentre la gente pregava io mi mettevo lì su una panca zitto e buono e scrivevo.

Oramai abitavo quattordici ore all’ospedale. E spesso ci ritrovavamo con parte o tutta la curva nord a fare i picnic le sere fra un turno e l’altro con la pizza e la cecina.

E tutte le volte che salivo le scale la prima cosa che facevo era guardare sulle panchine là chi c’era della curva nord che ci aspettava per notizie, o per farci sentire che erano insieme a noi nella buona e soprattutto cattiva sorte.

E grazie a questo tifo della curva e soprattutto grazie al fatto che i neonazitologi avevano azzeccato la cura (capendo che la sua piastrinopenia era dovuta ad un anticorpo che gliele uccideva, non al fatto che ne aveva poche) il primo giorno erano passate da 7mila a 19mila e poi a 54mila.

E per noi allora andare a subintensiva era diventato meno duro. Perchè che ci importava se era in subintensiva se stava meglio?

E pensavamo che allora anche il nostro andare lì era d’aiuto al piccolo e ci spendevamo e gli cambiavamo il pannolino prendendolo in giro che era un cacamerda perchè tutte le volte che lo stavamo pulendo lui ricacava perchè gli toccavamo il culetto e allora gli cantavamo le canzoncine del nanone cacone e le infermiere se la ridevano.

Le infermiere erano molto gentili e ci hanno insegnato loro la delicata arte dell’allattamento.

Uno dice: vabbè delicata, allattarlo sarà la cosa più naturale al mondo!

E invece manco per niente.

L’allattamento è un meccanismo delicatissimo che vive di tutta una serie di incroci psicologici fra la mamma e il bimbo. La nostra mamma ce la metteva tutta ma era anche sotto pressione perchè sentendosi in colpa per le piastrine si sentiva tutta la responsabilità del mondo addosso.

Il nostro bimbo poi aveva intanto il problema che aveva iniziato non solo a prendere il biberon all’inizio perchè alla mamma doveva ancora arrivare il latte (magia nera – la puppa è intelligentissima e sa quando produrre e li latte e anche quando smettere) ma prendeva anche il biberon per tutti e due i turni della notte perchè non poteva darglielo la mamma perchè in subintensiva di notte non si entra.

E allora il bimbo era abituato a prendere il latte dal biberon che richiede molto meno sforzo. E quindi quando si attaccava alla puppa doveva per l’appunto puppare e forte, e lui non ci era abituato ed era già a quattro giorni un viziatello pronto a prendere la pappa pronta, e quindi si stancava subito, desisteva, o si incazzava e piangeva.

(Da qui la paranoia che tutto il suo carattere si decida nei primi dieci venti giorni e che quindi qualsiasi sbaglio tu faccia è come lo sbaglio di un’equazione – piccolo all’inizio enorme quando avrà diciotto anni)

E io stavo accanto a Ottavia e all’infermiera di turno che ci provava a spiegare come fare e insegnava il trucco di appoggiarli la testa sulla puppa, il trucco di sgonfia la puppa troppo dura con il tiralatte prima di darglielo, il trucco della tettarella.

Li incitavo e li aiutavo lei e il piccolo nanaz ma soprattuto osservavo (perchè in realtà poco puoi fare tu uomo) e mi sembrava di vedere, in tutti questi meccanismi già tutte le paturnie adolescenziali di Jacopo Johnson, come si sarebbe innervosito quando le cose non gli sarebbero venute alla prima, come avrebbe desistito e come io e sua madre avremmo dovuto insistere a mettergli la testa contro la puppa metaforica di turno ed aspettare e incitarlo.

E pensavo: madò che fatica.

Tutta la vita così!

Dalla puppa, alla cacca nel vasino, a portarlo all’asilo, a farlo studiare a sgamargli le canne nei cassetti.

Ma non mi veniva mai, come poi sarebbe successo, il desiderio di dire: neonazitologi tenetelo voi per questo periodo iniziale. Finchè almeno non parla, perlomeno.

Perchè io volevo farlo uscire con tutte le mie forze.

E quando ci hanno detto che le piastre erano salite e 89mila e poi a 96mila e hanno deciso di sospendere le immunoglobine e cortisone alla fine del secondo giorno – nonostante avessero deciso di farglielo per tre – noi saltavamo di gioia.

E quando hanno anche smesso le lampade per l’ittero noi abbiamo pensato: ora ce lo mandano a casa.

E siamo andati ad un altro colloquio (l’ennesimo – non sono stato a raccontarveli tutti, ma noi ogni volta che si poteva andare ad un colloquio eravamo lì a cacare il cazzo anche se non c’era nessuna novità però ci facevamo vedere e conoscevamo un altro del team – perchè sono un team di medici lì dentro che si riuniscono e fanno le assemblee e discutono tutti insieme dei casi e delle decisioni da prendere) e la dottoressa di quel turno ci ha detto le cose che sapevamo già e noi abbiamo chiesto: “ma allora quando lo riportiamo a casa?” e lei ci ha detto “ma aspettiamo un altro paio di dati per capire se le piastrine aumentano da sole senza cortisone… comunque dai, prima di natale dovrebbe uscire…”

E noi abbiamo detto “ok, grazie”.

Ma appena siamo rimasti da soli ci siamo incazzati come le bisce:

“Come prima di natale!? Altri venti giorni dentro neonazitologia!?”

E io ho iniziato a pensare che alle bruttissime se ce lo sequestravano ancora io (che entravo dentro con lo zaino con il computer) un giorno me lo sarei messo dentro lo zaino e uscito e scappato a casa (non mi potranno mica denunciare per rapimento se il figlio è mio?) e finalmente nananz sarebbe stato con noi tutto il giorno e non avrebbe più sentito quei rumori strani della macchina del’incubatrice o il bimbo che respirava male con il sondino che magari se lo sarebbe ricordato e sognato tutta al vita come un incubo.

Perchè quando tuo figlio sta male tu sei concentrato che torni a stare meglio, ma quando sta meglio ti accorgi di tutte le cose brutte e non ottime che lo attorniano e che non avrebbe se fosse a casa.

Uno di questi giorni che stavo pensando come quell’ambiente stava inficiando la felicità dei primi giorni di vita del mio nanaz, ho visto che c’era gente a trovare il bimbo in fondo al corridoio.

Il bimbo in fondo al corridoio mi aveva sempre incuriosito. Era di gran lunga più grande che c’era a sub intensiva, e si vedeva che non stava tanto bene, che la sua testa e faccia avevano qualcosa che non andava.

Fino a quel giorno mi ero peritato a chiedere, perchè sei impaurito a sentire nuove malattie di cui non sai nulla e che pensi forse potrebbero venire anche a mio figlio, ma adesso, più spavaldo perchè mi sentivo di casa e meno impaurito perchè Nanaz stava bene, chiesi ad un infermiera.

E lei mi disse che era un bimbo con della malformazioni congenite che era stato trovato in un cassonetto un anno e mezzo fa, dopo che qualcuno gli aveva tirato sette pugnalate, di cui una al collo.

L’avevano salvato per miracolo e da un po’ una famiglia l’aveva chiesto in adozione.

E ho pensato a cosa può essere la vera disperazione e a cosa è il vero coraggio. E mi son ripetuto per un’ultima volta: ricordiamoci bene cosa sono le cose importanti e cose no.

E ricordiamocelo anche quando saremo a casa e Jay Jay non dormirà la notte e smadonneremo.

Perchè con questa storia del bimbo in fondo al corridoio si chiude ogni discorso e si smette di lamentarsi di quando deve uscire nanaz. Si va a nanna tranquilli, e se ci si lamenta un’altra volta tisane di cazzotti per te, babbo Johnson.

Ok?

E domani torna e rimboccati le maniche che gli puoi cambiare il pannolino meglio.

Pensa a questo: a cambiargli il pannolino meglio, a far star tranquilla Ottavia e a quanto sei fortunato, cretino.

(Fine quinta puntata).


Martedì 7 gennaio la prossima.

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Per leggere la prime puntate cliccate qui: 1 IL POSTO MIGLIORE DOVE NON PARTORIRE

Posted on
Monday, December 30th, 2013
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