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10) Con duecentoventiquattromila baci


Niente, è tanto che non vi aggiorno.

Quindi provo a riassumere.

All’incirca è andata così che praticamente il piccolo Nanaz ingrassava e acquisiva features straordinarie tipo stringere il dito con la manina, fare tantissima cacca in una volta sola, piegarsi in avanti con le addominali, fare il sorrisino e a volte la risata, tirare il filo, stringere la bottiglia con due mani, fare rigurgitini da film horror, riuscire a dire ‘eu!’ a bubu il cane (l’unico pupazzo che abbia finora considerato).

Inoltre gli amici lo conobbero in pizzeria e agli aperitivi.

I nonni diedero sempre più fuori di cranio.

Noi lo chiamammo Bunziolo, Nunzio, il bestia, il buono buonone bello bellone bravo bravone.

Dormimmo di più e poi di meno di nuovo.

E siamo anche tornati un’altra volta a fare controllare le piastrine.

E si oscillava sempre fra le 50 e le 70 mila…

… e ci hanno ripetuto che per tornare alla normalità  ci sarebbe voluto del tempo… un paio di anni… ma che dovevamo stare tranquilli: “quando poi supererà  le 150 mila il bimbo sarà  guarito e non dovrete più tornare più. Mai più.”

E allora niente, ti metti l’animo in pace: faremo queste analisi ogni tre mesi, che devi fare?

In fondo tanto il bimbo sembra sano. Molto sano. E grasso. Fra un po’ rotolerà  e noi potremmo giocarci a palletta. Quindi stai sereno Johnson.

Ed eccoci che si arriva a venerdì scorso. Nuovo appuntamento per il prelievo e l’analisi.

La prima volta che siccome sto lavorando a Roma non posso andare su a Pisa a pediatria oncologica, quel reparto dove ci ho fatto i chilometri in su e già tenendo il bestia in braccio, dove ci ho cantato Hey Jude per tranquillizzare lui e me, dove abbiamo incontrato altri bambini e genitori con i guai veri mica le nostre sì importanti ma comunque minchiatine di problemi, dove abbiamo tenuto JJ fermo per le braccia mentre provavano a trovargli la microvenina nel microbraccio nel micropiede nel microcollo…

Niente, questa volta, io non posso andare che sto lavorando a Roma.

Ma mi autotranquillizzo e mi autofiduciosizzo: sarà  su 60 mila, 50mila al massimo… voglio dire mangia, non c’ha lividini, petecchie, prova a gattonare, fa l’orango (questo ora ve lo spiego meglio) gli ho suonato le canzoni con la chitarra, la madre lo allatta con pazienza, gli parla, lo asseconda… siamo tranquilli dai.

E mentre sono là  che sto facendo un provino vedo la telefonata di Ottavia.

E mi sobbalza il cuore.

No, dai.

Dai cosa?

Dai, siamo onesti.

Ok, non mi sobbalza il cuore.

Cioè ci ho pensato eh. Ma è che ero preso dal lavoro in quel momento…

Dilla tutta dai: dillo che quando ti è arrivata la telefonata, dillo, dai dillo… che non hai nemmeno risposto.

Ok, è vero: non ho risposto, ma appena ho finito, è stata la prima cosa che ho fatto. Voglio dire mica che se rispondevo tre minuti prima sarebbe cambiato qualcosa. Smettiamola con questa retorica tardoromantica e rimaniamo su una sfera razionale, perpiacere.

Eh, arriva lui! Lascia perdere il bimbo, a Ottavia non ci pensi…!? Non venirmi fuori con il razionale perchè ci sono delle falle qui nel ragionamento, falle abbastanza importanti.

Senti, testina di cazzo, se vuoi venire fuori con l’irrazionale ti rovino.

Sì?

Sì. Perché io lo sapevo con la telepatia che non c’erano problemi. Allora? Come la mettiamo?

Insomma la richiamo dal balconcino dell’ufficio dove sto lavorando, una vista sul Tevere e il verde di Monte Mario e c’era il vento, c’era freddo e Ottavia mi risponde con una voce che era un fon di luce e calore interstellare, era non solo la voce di una donna sollevata, felice, era la voce di una madre che ha fatto pace con se stessa, era la voce di chi ha fatto un gradino sulla impalcatura della propria personalità, che è salita sul nuovo piano dei tubi innocenti e ti sta dicendo: sì in fondo sto palazzo regge proprio bene… dicevo che avevo paura di averlo costruito farlocco… e invece regge proprio fucking good. E allora sai che c’è!?

Che c’è?

Che costruisco un nuovo piano. Ok?

OKKEI!?

Ok le ho detto, perché so che con questo tono di voce non è andata male, quindi chiedo:

Ma quindi, com’è andata? Quindi quante?

224.000

Cooooosa?

Duecentoventiquattromila!

E lo dice con un tono che non è un tono da Ottavia. Ottavia è l’understatement fatto persona, è la costante messa in dubbio di se stessa, è l’umiltà  e la modestia non esibita o costruita, ma manco l’umiltà  ricercata che è comunque dignitosissima. Lei è l’umiltà  e modestia intrinseca.

E in quel duecentoventiquattromila invece c’è il gusto della sicurezza, il profumo della vittoria, della vita che cavalca sotto di te che hai le redini strette in mano.

Ma che cazzo dici? Ma come?

Ci hanno detto che non ci vogliono più vedere!

Ma davvero!?

E’ finita, gli anticorpi non ci sono più e lui produce piastrine come un piccolo piastrinaio stacanovista della pianura bergamasca. Lavuraaaare! Capito o no?

Ma non ci volevano due anni?

Due anni stocazzo!

Piccolo JJ, non so cos’è che ti ha fatto fare così veloce, se è stata tua madre che ti ha raccontato mille storie, che è paziente e amorevole come una sherpa tibetana, o io che ti ho cantato de andrè e i beatles e i clash e bob marley e battiato e battisti, che ti ho fatto fare le camminate chilometriche e lo smell tour, se sono stati i bagnetti dove hai nuotato per la prima volta, se i tuoi nonni con i campanellini, tutti gli amici che ti hanno preso in braccio, tutte le persone che hanno letto questa storia e ti hanno pensato e mi hanno chiesto come va? meglio? sotto controllo?

Non lo so, può essere tutto insieme o solo culo, ma per me l’immagine della tua salute, quella più evidente, non è la risata nè il sorriso con quelle guanciotte da mangiatore di panzerotti.

L’immagine della tua salute è quando fai l’orango.

Tu stai sulla sdraina. Quella che dondola, con i colori dell’estate, che noi chiamiamo spiaggina, presente? Ecco tu ti metti lì e gonfi il petto e tua mamma ti fa: Così forte sei!? E tu mmmpf! ti stiri tutto e e provi a tirarti su concentrato, e lei: allora ci pensi te? se arrivano i cattivi ci sei tu a pensare alla tua mamma!? E tu via che sfiati e ti inarchi, concentratissimo… questo è il tuo rituale di seduzione per tua madre, tu lì c’hai un cervellino da orangotango che mostra la sua possenza.

E sei buffissimo. Sei adorabile, perchè tu credi di essere davvero forzuto e potente e hai davanti tua madre che appunto ti risponde e te lo fa credere, che sì, si sta prendendo una sbandata per te.

(L’ha presa davvero, tra l’altro, tranqui.)

Ecco lì credo che tu abbia detto agli anticorpi anti-piastrine: ok, raga, vammazzo.

Io c’ho da sedurre mia madre e da proteggerla e farla felice, quindi vedete un po’ d’andarvene affanculo.

Chiusa lì, Jacopo Leonard Johnson. Chiuso questo capitolo e questa brutta paura che ci siamo presi.

Chiuso, ok, ma non scordiamoci però che non siamo così forti, che siamo in realtà tutti fragili, e non dimentichiamoci di Thom Yorke, che sembrava più debole e poi…

E ricordiamoci anche di stare dalla parte degli ultimi, che ci si deve godere la vita giorno per giorno, che lamentarsi serve a poco, che siamo comunque dei privilegiati di merda ad essere così poco malati, ad essere nati qui in Italia ad avere questa bella sanità pubblica e gratuita, e sappi anche che fare l’oranghino serve per la mamma, adesso, ma quando sarai grande servirà molto di più aver letto, parlato e pensato molto e vissuto con il cuore dalla parte giusta.

Scusa se mi viene in mente, parlando dell’oranghino e di queste robe, qualcosa che forse non c’entra niente con te. E’ che è successo un brutto fatto a Pisa, la città dove sei nato, pochi giorni fa.

Un gruppo di ragazzi è andato in giro ad aggredire senza motivo i più deboli e gli indifesi, appunto.

Non credere che si possa semplificare il tutto dicendo che sono pazzi, sono frustrati, che hanno fatto una cazzata che è andata male, o magari raffinando più il discorso che sono anche loro vittime di una mentalità culturale, di un clima xenofobo e di violenza, perchè sì tutto questo forse è vero, ma è vero anche che tutte le guerre, tutto il razzismo, tutto il fascismo, tutto il maschilismo che ha abitato questo mondo nasce da questa radice: che tu siccome sei più forte, puoi sottomettere o fregartene dell’altro.

Ci vorrebbero dei discorsi davvero complessi, lunghi, intelligenti che non so se è giusto scrivere qui e che non so se sono in grado di fare.

Purtroppo questa volta ci è scappato il morto. Zakir aveva tre bambini in Bangladesh. Lui ci vendeva i kebab a tre euro e cinquanta, e mandava i soldi a casa ai suoi bambini, che non hanno più un padre.

E finisco qui anche la prima stagione della Naneide.

Con questa amarezza di accompagnarti in un mondo ancora molto ingiusto e con un sollievo, avendo chiuso il problema che mi ha fatto cominciare a scrivere, per esorcizzarlo.

Grazie tantissimo a tutti quelli che hanno letto, che mi hanno scritto – mi ha fatto davvero un piacere immenso, siete stati il migliore psicofarmaco che avrei potuto chiedere.

Grazie a chi ho citato, fotografato e inglobato senza pudore in questo mio racconto, grazie a Santa Maddalena da Cascina, a Francesca e a tutto il reparto di neonatologia e di pediatria oncologica a Pisa, e in generale a tutta la sanità pubblica e a chi la difende nel piccolo e nel grande.

Grazie ai nonni, parenti, amici e ovviamente, soprattuto a te, Ottavia.

Vi saluto così, con duecentoventiquattromila baci.

 

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Per leggere dalla prima puntata cliccate da qui: 1 IL POSTO MIGLIORE DOVE NON PARTORIRE

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Tuesday, April 22nd, 2014
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